L’ARIA PIU’ PULITA D’EUROPA

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Il nome Sila deriva dal latino "Silva" = bosco, selva. Secondo Eliano, filosofo vissuto tra il primo e il secondo secolo, si chiamava Sileno o Silvano il mitico dio della foresta al quale si consacrava la pece, un estratto aromatico della resina dei pini. Ma la Sila era anche il bosco consacrato ad Hera Lacinia, il cui tempio sorgeva nei pressi dell’attuale promontorio di Capo Colonna. La prima obiezione che possiamo fare è la seguente: che c’entra Crotone con la Sila.  In effetti il litorale crotonese è molto distante dall’altopiano silano e il suo attuale aspetto brullo e arso non fa minimamente pensare alla foresta silana. E’ probabile che a quell’epoca l’intera Calabria, dai rilievi più alti al mare, fosse ricoperta da una fitta foresta senza soluzione di continuità. Infatti gli storici indicano con il toponimo Sila non solo l’altopiano così come da noi è conosciuto ma tutto il territorio calabrese. Strabone, geografo del primo secolo, parlando dell’attuale città di Reggio Calabria afferma che : “L’entroterra di questa città (Rhegion) è occupato dai Brettii: vi si trovano le città di Mamertium e quella foresta che chiamano Sila, che produce la pece migliore che si conosca, detta pece brettia. E’ ricca di piante e di acqua e si stende per circa 700 stadi. "Considerando che uno stadio romano corrisponde a circa 185 metri, la stima di Strabone corrisponde a circa 130 km, cioè più o meno la distanza che intercorre tra Reggio Calabria e il limite settentrionale dell’attuale Sila. Numerosissime altre citazioni sulla Sila ci provengono da autori classici. Fra tutte ricordiamo alcuni versi di Virgilio tratti dalle Georgiche: “Pascola nella grande Sila la bella giovenca” e dall’Eneide: “Sopra la gran Sila o del Taburno in cima, d’amore accesi con le fronti avverse, van due tori animosi a rincontrarsi." Tralasciamo la parte storica relativa al periodo precedente alla colonizzazione greca. In questa fase spesso i fatti storici si mescolano con il mito. Diciamo soltanto che la Calabria, trovandosi al centro del mediterraneo, fu luogo di transito e di incontro tra varie genti e gli stanziamenti successici fecero sì che essa si chiamasse in vario modo Ausonia: per le proprie ricchezze; Enotria: terra del vino; Esperia: perché per i Greci era in direzione dell’occidente; Italia: dal re Italo o da “vitulus” cioè terra dei vitelli Magna Grecia: perché la sua civiltà superò quella della madrepatria, anche se tale denominazione non indicava tutta la regione ma si riferiva alle sole colonie greche dell’Italia meridionale. Calabria: che significa terra d’ogni bene. Tale denominazione fu usata dai bizantini per indicare la nostra regione solo a partire dal VI secolo d. C. mentre in periodo precedente indicava il Salento, il territorio pugliese ricompresso tra la provincia di Brindisi e quella di lecce.  Bruzio: terra dei Bruzi.        

Nel corso dell'età del Ferro, popoli di stirpe Indoeuropea penetrarono in Italia distribuendosi lungo l'arco delle dorsali appenniniche centro-meridionali. Ad essi fu dato il nome di Italici, all'interno dei quali venivano distinte le tribu' dei Sanniti, degli Apuli, dei Campani, dei Lucani, ecc., tutti caratterizzati dal linguaggio comune definito Osco. Per tale ragione, gli stessi Romani li identificavano come un gruppo omogeneo cui diedero il nome di Sabelli.
La tradizione letteraria concorda nell'identificare i Bruzi come pastori e servi dei Lucani che abitudinariamente vivevano a mo' di nomadi. Infatti tali li definisce Strabone nella sua “Geografia”: "Poco oltre i Lucani ci sono i Bretti, che abitano una penisola, la quale a sua volta comprende un'altra penisola il cui istmo va da Skylletion fino al golfo di Hipponion. Il loro nome è stato dato dai Lucani: questi i ribelli li chiamano appunto Bretti. Secondo la tradizione, i Bretti che prima erano dei pastori al servizio dei Lucani e poi si affrancarono, si rivoltarono contro di essi esattamente allorché Dione portò guerra a Dionisio e fece sollevare tutti questi popoli gli uni contro gli altri". I Bretti ci vengono dunque presentati come Popolo di stirpe Indoeuropea, di linguaggio osco, di animo rude e bellicoso ( ad iniuras viciniorum prompti) e nomadi. In definitiva, i Bruzi erano sopratutto guerrieri, un popolo di cui restano poche tracce di civiltà culturale non materiale, ma che tuttavia era l'unico popolo ad essere definiti da Ennio "bilingues” cioè parlava oltre alla propria lingua anche quella greca. In poche decine d'anni sorsero le prime colonie bruzie: Cosentia, Pandosia, Petelia che si organizzarono in una confederazione. Anche Tiriolo era un insediamento bruzio. Facciamo un passo indietro per spiegare la presenza greca in Calabria.Dalla metà dell’VIII secolo a.C. coloni provenienti dalla Grecia, fondano numerose città sulle coste calabresi.I greci arrivarono in Italia meridionale spinti dal bisogno di incrementare le loro attività commerciali e di trovare nuovi spazi alla popolazione eccedente delle città greche. I greci fondarono le loro prime colonie sulle coste del mar Ionio (Taranto, Metaponto, Siri, Sibari, Crotone). Non erano luoghi scelti a caso: si prestavano tutti alla costruzione di porti ed erano dotati di un fertile entroterra agricolo. L’arrivo dei Greci ebbe conseguenze rilevanti per il territorio contermine all’altopiano silano. I terreni di pianura che , come abbiamo visto, erano anch’essi ricoperti da foreste furono disboscati e resi coltivabili con cereali, ulivi e vini. Ma i Greci sapevano bene che erano le foreste a mantenere l’equilibrio idrogeologico del territorio e non sacrificarono più di tanto le risorse boschive.Lo straordinario benessere raggiunto dalle colonie greche le spinse a cercare vie di penetrazione all’interno per raggiungere le coste tirreniche.
Furono costruite le cosiddette vie istmiche che consentirono alle città di fondare colonie sul mar Tirreno (La prima via collegava la piana di Sibari a Cetraro attraverso le valli del Crati e del Coscile; la seconda andava dal Golfo di squillace a quello di S. Eufemia; la terza da Locri a Rosarno). A proposito di queste vie, che in genere percorrevano valli fluviali, è interessante notare come gli storici riferivano notizie circa la navigabilità dei tratti finali di molti fiumi calabresi, tra questi il Corace e il Tacina.L’espansione delle colonie greche le portò a contatto con la popolazione indigena: i Bruzi. I rapporti iniziali furono tranquilli, ma quando l’interesse delle colonie greche si fece più pressante era inevitabile che nascesse il conflitto.  A tal proposito Diodoro Siculo storico greco del primo secolo a.C. nella sua opera “Biblioteca Istorica” afferma: “Quando i Sibariti ardirono metter piede nell’Agro Silano, furono cacciati dai Bruzi , furiosamente attaccati e sconfitti." I Bruzi cominciarono ad occupare le colonie greche e sarebbero riusciti ad unificare la regione se non fosse comparsa sulla scena la potenza di Roma che, consolidatasi nell’Italia centrale cominciava ad avere interesse per il meridione.L’arrivo dei Romani rappresenta la fine per il popolo Bruzio. Succede che Turio, una città della sibaritide, che si sentiva minacciata dai Lucani, chiede l’aiuto di Roma. Taranto, che considerava questo intervento un’intromissione nella sua area d’influenza, si alleò con i Bruzi e chiese aiuto a Pirro, re dell’Epiro. Roma sconfisse Pirro e i Bruzi che vennero fortemente puniti: i Romani infatti confiscarono loro metà della Sila e iniziarono a sfruttarne i boschi per la costruzione di imbarcazioni e edifici. I Bruzi non si rassegnarono, probabilmente la fama che hanno i Calabresi di essere “testedure” deriva direttamente da loro.
Durante le guerre puniche i Bruzi si allearono con Annibale e, quando nel 203 a.C. questi lasciò la Calabria, furono puniti ancora più duramente: furono privati di ogni diritto, fatti schiavi, e la metà della Sila che era rimasta ad essi fu dichiarata “ager pubblicus” e divenne proprietà dello stato romano che proseguì nello sfruttamento dei boschi. Lo Stato romano lasciò ai cittadini i cosiddetti usi civici (Ius legnandi, pascendi…)Quest’ultima affermazione è molto importante perché l’esercizio degli usi civici darà luogo a controversie che durano ancora ai nostri giorni. I Bruzi fecero un ultimo tentativo di ribellarsi e si allearono con il gladiatore ribelle Spartaco ma, dopo la sua sconfitta, furono puniti ulteriormente.  Ma veniamo alla domanda da cui siamo partiti: perché ai Romani interessava la Sila? La risposta possiamo trovarla nella affermazione di uno storico greco, Dionigi di Alicarnasso: “ E’ piena di piante servibili alla costruzione di case, navi ed ogni altro uso. Crescono ivi in gran copia altissimi abeti e pioppi, ampi faggi, frassini ed ogni sorta di alberi. Sono essi fecondati dalle acque che vi scorrono e fanno sulle montagne con i loro rami continua ombra. Gli alberi prossimi al mare e ai fiumi, tagliati interi dal ceppo e recati ai vicini porti, materiali forniscono a tutta l’italia per navi e case: quelli che ne sono lontani, ridotti in pezzi e portati sulle spalle degli uomini, somministrano remi, pertiche, domestici utensili e mezzi d’ogni arme; ed infine, la più gran parte che è la più folta vien destinata a dar la resina chiamata Bruzia ch’è la più odorosa di quante io conosca. Quindi è che Roma dall’affitto di codesto territorio trae ogni anno ricche rendite.” E’ chiaro che la Sila rivestiva per i Romani la stessa importanza che oggi hanno i paesi produttori di petrolio per le potenze occidentali: le risorse della Sila erano strategicamente importanti in quanto il legname consentiva la costruzione di navi e la pece consentiva di rendere impermeabili tali imbarcazioni. Nei secoli successivi, con gli alberi dei boschi silani furono ricavate, tra l’altro, le travi per le basiliche romane dei SS. Apostoli Pietro e Paolo e di San Lorenzo fuori le mura.Dal VI al IX secolo d. C. la Calabria divenne di fatto un dominio dell’impero bizantino. In questo periodo arrivarono dall’Egitto, dalla Grecia, dalla Siria numerosi monaci che scappavano da quei paesi a seguito delle invasioni arabe e delle lotte iconoclaste, ed arrivavano in Calabria, Basilicata, Puglia e Sicilia. Ci fu quindi una fioritura di Monasteri di rito orientale che aumentarono il distacco di queste regioni dalla chiesa latina.  Gli insediamenti furono tali da far paragonare alcune zone calabresi (Rossano oppure il Mercurion, nella valle dell’Orsomarso) al monte Athos della Grecia.  I monaci greci hanno lasciato numerose testimonianze: tantissimi i piccoli monasteri sorti tra le nostre montagne (pensiamo a San Nicola di Giaciano in località Celle, nei pressi di Carlopoli), il Codex Purpureus (un evangelario greco del VI sec. di origine mediorientale, portato a Rossano probabilmente da qualche monaco in fuga dall'oriente durante l'invasione degli arabi nel IX-X secolo) conservato nella cattedrale di Rossano, la figura di San Nilo.  Questo è un periodo molto difficile per la Calabria, i Longobardi cominciano conquistarne la parte settentrionale e i Saraceni, che avevano conquistato la Sicilia, imperversano sulle coste calabresi. I saraceni non riusciranno a conquistare la Calabria, anche se per breve tempo costituirono degli emirati a Troppa, Amantea, S. Severina etc., ma in questo periodo si accentua la fuga delle popolazioni dalle coste verso l’interno. Questo fenomeno accentuò il disboscamento e il dissesto idrogeologico del territorio.  E’ da ricercarsi anche in questa continua paura, per il pericolo che arriva dal mare, la ragione per la quale la Calabria, con più di 800 km di coste, non riuscirà mai a sviluppare un’importante tradizione di pesca.  Arrivano i Normanni e per essi la Sila diventerà : “Demanio regio”. Lo scopo perseguito dai Normanni era quello di costituire uno stato unitario nel mezzogiorno, già diviso in provincie bizantine, ducati longobardi ed emirati saraceni. In questo intento trovarono l’accordo con la chiesa di Roma che riconobbe la conquista normanna in cambio della latinizzazione del mezzogiorno.  E’ questa la logica che porta alla fondazione di numerose abbazie fra le quali la nostra di Corazzo di Corazzo e segna la fine degli insediamenti del cristianesimo orientale praticamente risucchiati dalle abbazie latine. Nonostante le grosse opere di disboscamento operate sulla Sila, questa rimaneva pur sempre un vasta e selvaggia foresta, priva di insediamenti umani stabili: quindi il suo patrimonio naturale era ancora sostanzialmente integro. In questo periodo Gioacchino da Fiore, dopo aver dimorato per una decina d’anni a Corazzo, fondò in Sila l’ordine forense. Il suo ordine ricevette privilegi ed esenzioni fiscali da molti sovrani. Tanto favore verso il nuovo ordine religioso si spiega con il fatto che questo avrebbe finito col contrastare l’invadenza bizantina nella regione.  La Sila, di fatto, veniva ad essere divisa in Sila Badiale e Sila Regia: la prima in mano alla Chiesa, la seconda in mano allo Stato. Da questo periodo in poi inizia una fase travagliata della storia della Sila. Di fatto la denominazione “Sila Regia”, che indicava il demanio statale, restò “sulla carta" perché, quasi completamente disabitata e priva di efficienti vie di comunicazione.A proposito delle vie di comunicazione apriamo una piccola parentesi: All’epoca la più importante via di comunicazione in Calabria era la Via Popilia che collegava Capua a Reggio Calabria.  Questa via, voluta dal Console romano Popilio, per favorire il controllo militare e per incrementare i commerci, attraversava tutta la Calabria e raggiungeva le coste dello stretto.  Era stata costruita dai romani con il lavoro dei Bruzi che, come abbiamo visto, erano stati ridotti alla condizione servile.  Il suo tracciato corrisponde più o meno a quello della statale 19, anche se, come ho avuto occasione di scrivere in un altro post, non passava dalle nostre zone ma, provenendo da Cosenza, attraversava il fiume Savuto, passava da Martirano, San Mazzeo e scendeva a Nicastro lungo la valle del torrente Bagni (Caronte), proseguendo poi verso Reggio. Sulla traccia di questa vecchia strada consolare venne disegnata a fine XVIII sec., la Strada delle Calabrie che inglobava pezzi della via Popilia e collegava anch'essa Napoli a Reggio.  La nuova strada costituiva un’alternativa al percorso costiero e permise alle nostre zone di uscire da un isolamento secolare, incrementando il traffico e il commercio. Fu per l’epoca un’impresa mirabile: la strada aveva i suoi appalti di manutenzione, le stazioni di cambio e il suo servizio postale. La nostra strada comunale della “Marella” intersecava la strada delle Calabrie proprio alla Manchicella, e nei pressi c’era probabilmente una di queste stazioni di cambio per i cavalli. La località si chiama appunto: “A valle da posta”.  All’epoca non esisteva ancora la statale 109 (quella che passa da Castagna e da Carlopoli) costruita all’inizio del XX secolo.Abbiamo già detto che, fin dalla conquista romana, lo Stato aveva lasciato ai cittadini gli usi civici sui territori silani. Cosa sono gli "usi civici"? Usi civici" sono i diritti spettanti agli abitanti di un determinato territorio, il cui contenuto consiste nel trarre utilità dalla terra, dai boschi e dalle acque. In questo periodo lo Stato ha difficoltà a controllare il territorio silano e di conseguenza iniziano una serie di liti e di contese sulla proprietà dei terreni e sui diritti di uso civico che durarono fino a fine 800.  Frequenti furono le usurpazioni perpetrate da privati ai danni di terreni demaniali.  Le zone usurpate venivano disboscate e messe a coltura.  Nascono le cosiddette “Difese” (Toponimo ricorrente in tutta la Sila) che indicavano quei terreni sottratti agli usi civici delle popolazioni da signorotti locali che le avevano occupate.  Questo fenomeno scatenò gravi tensioni sociali fra proprietari usurpatori e popolazioni. Contrastare queste usurpazioni fu pressoché impossibile per la grande distanza tra la Sila e Napoli, per l’indulgenza dello Stato nei confronti dei potenti del luogo che sovente erano a capo delle amministrazioni locali ed anche per la mancanza di una adeguata cartografia che definisse i confini  della Sila Regia.  Il mio amico Salvatore Piccoli mi diceva spesso che, nel corso della storia, i maggiori nemici della Calabria sono stati sempre i rappresentanti stessi della Calabria.
E’ un periodo di sostanziale anarchia nella storia della Sila: comincia la distruzione sistematica del bosco per trovare nuovi spazi all’agricoltura.  La tecnica usata era l’incendio (detta “cesina”).  Il modo di dire “Fhazzu na cisina” è rimasto nel nostro dialetto e ha origine proprio da questi avvenimenti. Tale fenomeno assunse dimensioni tali tra il XVIII e il XIX secolo che i governi centrali cercarono di porvi rimedio inviando loro funzionari per stabilire lo stato dell’ambiente in Sila. Francesco Bevilacqua riporta nel suo testo (il Parco nazionale della Sila – Rubbettino editore) alcuni brani di Giuseppe Maria Galanti, Giuseppe Zurlo e Lorenzo Agnelli, e che io vi ripropongo: Giunti che fummo alla sommità delle montagne della Sila, si trovò che li boschi vi erano stati ditstrutti (…). Molto legname di pini si trovò marcire per terra; in molti luoghi sono sensibili i segni di esservi stato l’incendio. Questi boschi di pini soffrono di guasti continui, perché il bisogno di sussistenza fa bravare le leggi e le pene. Come si estrae la pece da un albero, si bruggiano le radici e si coltivano i terreni” In questo periodo di tensione comincia a delinearsi quello che successivamente sarà il fenomeno del brigantaggio che nasce in Calabria anche come conseguenza della questione silana. Ma, come si dice, al peggio non c’è mai fine.  Arrivano i piemontesi!  Nel corso del suo passaggio in Calabria, Garibaldi, con il "Proclama di Rogliano", aveva concesso ai contadini l’uso delle terre silane, ma tale proclama fu ritirato subito dopo la sua partenza per Napoli perché giudicato troppo nocivo per i proprietari.  I territori silani divennero il tragico palcoscenico delle vicende del brigantaggio. Dopo la sua repressione, il nuovo governo, di fatto, legittimò lo status quo e il latifondo silano così come si era configurato nei secoli precedenti. I parlamentari calabresi erano tutti appartenenti all’aristocrazia terriera e favorevoli alla conservazione dello stato delle cose.  Non dimentichiamo che si votava in base al censo quindi in media alle elezioni partecipava il 2% della popolazione.  Solo nel 1913 si tennero le prime elezioni a suffragio universale maschile e la compagine parlamentare comincia, seppur lentamente, a modificarsi. Nonostante i continui disboscamenti e il conseguente dissesto idrogeologico che aveva causato, a valle dell’altopiano silano, il sollevamento e l’allargamento dell’alveo dei fiumi invaso dai detriti prodotti dalle frane, ancora il patrimonio forestale era cospicuo
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RAFFAELE ARCURI

I boschi
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